Ojmjakon: “Freddo Cane”

Nella propaggine più estrema della Siberia, nella Jacuzia occidentale, in una landa desolata nota solo a chi gioca a Risiko, c’è un paesino di appena ottocento abitanti: si chiama Ojmjakon ed è sorto durante gli anni del terrore staliniano, giusto perché i soldati avevano bisogno di un posto dove riposarsi tra una deportazione e l’altra.
Nel linguaggio locale, Ojmjakon significa “acqua non congelata”, (a causa di una strana anomalia della natura alcuni tratti del fiume, che attraversa il villaggio, non si ghiacciano. Il motivo? Semplice, la città è stata costruita su una sorgente termale naturale di acqua calda); mentre in lingua sacha, un idioma turco parlato in Russia, vuol dire “freddo cane”.
Cos’è che rende il villaggio il più freddo della terra? La zona è interessata dalla costante presenza dell’Anticiclone russo-siberiano che, unito alla scarsa esposizione al sole durante i mesi invernali, fa si che le temperature della Siberia Orientale continuino a scendere verso livelli record anche quando nel resto dell’Europa orientale tendono a risalire.

La cittadina è nata lungo la rotta che collegava i gulag in quella gelida area dimenticata da dio e la strada che si percorre per raggiungerla, è disseminata delle ossa di quanti sono morti durante la sua realizzazione.
Leggenda vuole che, per ogni metro di strada, ci sia un morto impastato all’asfalto: in pratica, per arrivare nella fredda Ojmjakon, si deve letteralmente passare sopra i resti di almeno un milione di prigionieri politici crollati sotto il gelo ed è per questo motivo che è conosciuta anche come la “strada delle ossa”.
Con una temperatura che in inverno raggiunge i -62° C, Ojmjakon è considerato il centro abitato più freddo del nostro pianeta (nella piazza centrale c’è un monumento che ricorda il record storico, raggiunto negli anni Venti, di -71,2° C).
Così freddo che la popolazione locale non può nemmeno permettersi di avere acqua corrente, dato che le tubature si congelerebbero all’istante: ogni casa, infatti, è fornita all’esterno – a fianco della tradizionale catasta di fascine e ceppi di legno – di un’ordinata pila di blocchi di ghiaccio, blocchi che di volta in volta gli abitanti sciolgono in un pentolino per ricavarne acqua per ogni necessità: bere, cucinare, lavarsi, fare pulizie eccetera.
Inutile dire che, in assenza di acqua corrente, anche i servizi igienici sono un sogno a occhi aperti. Se aveste bisogno di andare in bagno nel cuore della notte, dovreste uscire nel buio della tundra e accovacciarvi sull’intonsa coltre di neve.
Il clima è talmente spietato che, per ordine delle autorità, le scuole sono aperte solo quando la temperatura “sale” a -54° C: sotto questo livello è troppo rischioso uscire di casa, soprattutto per i bambini. C’è da dire, però, che l’evoluzione è venuta incontro ai poveri abitanti della zona i quali, nel corso dei decenni, si sono sempre più accorciati: un fisico tracagnotto espone meno superficie al freddo e disperde meno calore, cosa che permette agli ojmjakoniani di potersi godere al massimo l’impagabile gioia di vivere in un inferno di ghiaccio.
Anche gli animali hanno dovuto adattarsi alle esigenze di questo clima così infame.
A Ojmjakon infatti, l’unico animale che si può allevare, oltre le renne, è il cavallo Yakut, una sorta di pony irsuto e tozzo che è alla base dell’alimentazione locale e che ha ormai sviluppato un rapporto di dipendenza dagli esseri umani: a causa delle temperature, la schiena di questi poveri cavalli si gela periodicamente, cosa che costringe, letteralmente, i loro allevatori a sbrinarli ogni tanto.
La fredda cittadina siberiana può anche fregiarsi di avere estati da incubo, con il clima che passa drasticamente dal freddo polare a 35° C sopra lo zero: uno sbalzo di temperatura che porta con sé disumani livelli di umidità e che attira spaventosi sciami di zanzare.
Si racconta che all’epoca dei gulag, quando la temperatura saliva a questi livelli, non era più necessario sprecare pallottole per le esecuzioni: era sufficiente lasciare all’aperto i prigionieri. l’afa e le zanzare avevano la meglio su qualsiasi dissidente.

Eppure, come testimonia un breve documentario della tv australiana, c’è chi per nulla al mondo si allontanerebbe da questo disagiato incubo climatico. Si tratta della signora Tamara, nata e cresciuta a Ojmjakon, che davanti all’osservazione dell’intervistatore: “Deve essere moto difficile vivere qui”, ha risposto seraficamente: “Ci sono difficoltà nella vita di chiunque, ma se mi chiedessero di scegliere, anche se potessi vivere in qualsiasi posto del mondo, vivrei qui”.
Più freddo che a Ojmjakon, c’è solo l’angolo più remoto del Polo Sud dove il termometro ha fatto segnare -88 gradi, ma lì non abita nessuno, mentre a Ojmjakon, resistono stabilmente, come detto, insieme alla signora Tamara, 800 persone, in gran parte Turkic Yacut, come vengono chiamati gli indigeni la cui economia è basata essenzialmente sull’allevamento delle renne.
Nella zona, del resto, anche nella stagione più mite, comunque funestata da alto tasso di umidità e nugoli di zanzare, è impossibile coltivare alcunché e così la dieta degli abitanti di Ojmjakon è basata soprattutto su carne di renna e cavallo e sul pesce, con seguito abbondante di vodka e, per più piccoli, thè nero.
La vita sociale durante l’inverno si svolge solo al chiuso, con gli spostamenti limitati al minimo e le auto che durante le soste non possono essere mai spente perché altrimenti non si rimetterebbero in moto.
Nel villaggio, i rari turisti, sono ospiti degli abitanti, nelle loro case, scaldate con stufe a legna fino a raggiungere anche i 30 gradi, per accumulare calore in modo da affrontare il freddo esterno.
Un freddo che, secondo dati non ufficiali, ha raggiunto nel 1916, i meno 83, mentre nel 1926, nella cittadina sono stagti registrati “solo” 71 gradi sotto lo zero.
Comunque sia, un clima così estremo rende davvero dura la vita dei suoi abitanti dove tra l’altro, non è possibile nemmeno lavarsi in quanto le tubature delle case sono, come detto, congelate per cui, l’unico modo per farlo, è quello di strofinarsi della neve direttamente addosso.
Possedere un auto, per gli abitanti, è un lusso poiché, nei giorni più freddi, il loro motore deve restare sempre acceso, per evitare che si blocchi.
Il motivo per cui Ojmjakon è ancora abitata è che il sottosuolo è ricco di giacimenti di oro e di gas naturali.
In città esiste anche una piccola clinica perché l’ospedale in città è troppo lontano e spesso impossibile da raggiungere; molti dei bambini che nascono non riescono a superare l’anno di età, ma nonostante questa e altre difficoltà, la vita prosegue quasi “normalmente” e i bambini, quelli che riescono a superare tutte le difficoltà che incontrano, continuano ad andare a scuola anche con 50 gradi sotto lo zero.
La dieta degli abitanti non prevede né verdura né frutta, poiché il clima non permette la crescita di alcuna vegetazione. Al mercato si vendono solo carne e pesce: un’alimentazione estremamente ricca di proteine risulta utile anche per difendersi dal gelo.
A Ojmjakon, inoltre, c’è un solo negozio che fornisce agli abitanti i beni di prima necessità, ma è comunque dotata, come detto, oltre che di scuole, di un ufficio postale; di una banca e persino di un aeroporto, aperto tuttavia solamente nel periodo estivo.
Potrebbe essere questa, una meta perfetta per chi è alla ricerca di paesaggi nuovi e di spazi silenziosi, per chi vuole provare un’esperienza senza i privilegi della modernità, dove l’unica a dettare leggi è la natura
Nonostante tutto tuttavia, in questo gelido e sperduto villaggio della repubblica di Sacha le persone hanno un’aspettativa di vita ben più lunga rispetto al resto della popolazione russa. A tal proposito di contano decine di ultracentenari e tra i principali motivi di decesso non figura l’assideramento. Una specie di miracolo, reso possibile da un adattamento secolare a condizioni climatiche che definire estreme è un eufemismo.

Le ore di luce sono solamente tre per la scarsa esposizione solare, mentre in primavera gli abitanti possono godere di 21 ore di sole e le temperature si fanno più miti. Pensate che nel 2010, in piena estate, si sono registrati 35 gradi: un caldo record (e anomalo)!
Particolarmente lungo e complicato il viaggio per raggiungere la città di Ojmjakon e ovviamente, perché tutto sia più facile, è necessario rivolgersi ad un operatore specializzato. Si tratta di un viaggio da compiere in più tappe, spesso, se si è tra l’autunno e l’estate, complicate proprio dal freddo.
Prima di tutto si deve raggiungere Novosibirsk, terza città Russa per numero di abitanti, nonchè la città considerata “capitale della Siberia” e centro geografico della Russia stessa; da qui, altra tappa verso Yakutsk (o Jakustk), la capitale della regione autonoma di Yakutia (o Sakha), che conta circa 240.000 abitanti.
Poi è la volta di un volo da Yakutsk a Ust-nera, una cittadina di circa 8000 abitanti nella Yakutia settentrionale, da dove il viaggio proseguira’ in auto verso Tomtor, distante 35 chilometri da Ojmjakon.
Ricordiamo, per chiudere, che un viaggio cosi’ avventuroso richiede una attenta preparazione, soprattutto nella scelta dell’equipaggiamento per la protezione dal freddo e per le macchine fotografiche, se si vuole portare a casa un ricordo visivo di questo straordinario e freddo luogo.