The Desolation Islands

Questa settimana ci trasferiamo nell’Oceano Indiano meridionale, per  conoscere le Isole Kerguelen, un arcipelago che costituisce, con le Isole Crozet, le isole Saint Paul e Amsterdam e la terra Adelia, uno dei cinque distretti delle Terre australi e antartiche francesi.
Si dice che alle Kerguelen non passi giorno senza pioggia, ma neppure senza sole. In quanti possono vantarci di averci messo piede almeno una volta nella vita escludendo gli scienziati e i meteorologi che oggi ci lavorano? Senz’altro molto pochi.
Il soprannome dato a questo arcipelago è particolarmente interessante, ma soprattutto indicativo: è infatti conosciuto come “The Desolation Islands”, le Isole della Desolazione. E il perché è molto semplice: l’arcipelago è spazzato senza tregua dai venti implacabili dell’ovest, che soffiano tutto l’anno con la forza di una tempesta; isolate in mezzo a un mare in perenne burrasca, con onde spietate alte come palazzi che s’infrangono su nude rocce taglienti e scoscesi speroni in basalto, perse nella nebbia e nella gelida pioggia che cade, come detto, praticamente tutti i giorni.
Nonostante la sorprendente natura selvaggia, il mare cristallino e le formazioni rocciose degne di un libro fantasy, nei secoli l’arcipelago non ha perso il nomignolo settecentesco, forse proprio perché tutt’oggi può essere annoverata fra i pochi posti al mondo quasi impossibili da raggiungere.
L’arcipelago, frammento di Francia a 12.500 Km da Parigi, si trova nell’Oceano Indiano meridionale. Le distanze dai continenti fanno quasi paura: 5.300 Km dal Sudafrica, 4.800 dall’Australia, 2.000 dall’Antartide e lungo le rotte che separano l’arcipelago dai continenti, è raro incontrare altre terre emerse.

Come raggiungerla dunque? Ogni tre mesi parte un traghetto dall’isola di Riunione e ci vogliono sei giorni di traversata in mare aperto per avvistare terra.
Il primo a scoprirle fu il navigatore e ammiraglio francese Joseph Yves de Kerguelen Trémarec: era il 17 febbraio 1772 e solo una scialuppa con alcuni volontari, tra cui il sottotenente di vascello Charles-Marc de Boisguehenneuc, fu inviata ad approdare simbolicamente sulla costa per prendere possesso delle isole in nome del re di Francia, Luigi XV.
Tornato in patria, l’unico contento della scoperta fu Kerguelen Trémarec: si presentò al cospetto di Luigi XV e con i suoi racconti su preziosissimi tesori e miniere d’oro ancora da scoprire, convinse il re a finanziare una seconda spedizione, con tanto di coloni per stabilire un insediamento permanente e confermare l’egemonia francese su quelle terre. Arrivarono a destinazione il 6 gennaio 1774, ma la scoperta si rivelò una tremenda delusione.
La favolosa “Terra Incognita Australis”, si mostrò per quello che era: un’isola disabitata su cui non cresce nemmeno un albero, dove fiorisce solo un cavolo autoctono che diventerà l’essenziale fonte di nutrimento per i coloni che successivamente vi approdarono, oltre ad essere abitata da albatros, pinguini, leoni marini e foche. Insomma, ben diverso da quanto favoleggiato alla corte del re. Tanto da costare a Kerguelen Trémarec, una volta tornato in patria, sei anni di carcere.
Mentre Tremarec è in prigione, un altro navigatore, James Cook “riscopre” l’arcipelago, approdando a baia dell’Oiseau, la stessa del navigatore francese, in corrispondenza di un grande arco di pietra, che chiama Port Christmas.
Esplorando l’isola, sulla sommità di un tumulo di pietre, i marinai inglesi trovarono una bottiglia con un foglio al suo interno: si trattava di un messaggio in latino con il quale gli uomini di Tremarec rivendicavano la sovranità sull’arcipelago.
Secondo la tradizione, Cook dichiarò semplicemente – ma qui siamo alla leggenda – “Queste isole della desolazione i francesi se le possono pure tenere” e, come se non bastasse, per sottolineare la beffa, gli affibbiò ufficialmente il nome di Kerguelen, in “onore” del collega francese.

Oggi l’isola di Kerguelen è abitata da un centinaio di scienziati e meteorologi che, a rotazione, lavorano nella stazione tecnica e scientifica di Port-aux-Français, costruita nel 1950. Qui si svolgono ricerche di ambito geofisico, biologico, meteorologico, climatologico e oceanografico.
Quello che i marinai settecenteschi non capirono è che in realtà si trattava effettivamente di un paradiso terrestre: era ed è ancora oggi, un’oasi incontaminata dove flora e fauna si riproducono senza alcuna interferenza umana.
L’isola principale, Grande Terre, è la terza isola della Francia per estensione, dopo Nuova Caledonia e Corsica; una seconda isola dell’arcipelago, isola Foch, invece, è paragonabile per dimensioni all’isola d’Elba; ci sono poi altre 10 isole con dimensioni rilevanti. Le coste sono frastagliate e scoscese, caratterizzate da insenature e fiordi.
Sono presenti, in corrispondenza delle depressioni, zone paludose e sabbie mobili. L’altitudine media è di 500 metri, ma il cono vulcanico del monte Ross supera i 1.900.
Nella parte occidentale dell’isola maggiore si trova l’enorme ghiacciaio Cook.
Il clima è sub-antartico oceanico, freddo, ma senza estremi polari: la temperatura media oscilla tra i 7-10 gradi di gennaio e gli 0-2 di agosto. Le precipitazioni sono frequenti e abbondanti tutto l’anno. Ma il fenomeno meteorologico che domina le Kerguelen è il vento: un vento gelido e potente che spazza costantemente la superficie dell’arcipelago soffiando da ovest. Venti da 150 Km/h sono all’ordine del giorno, con picchi di 200: è come se sulle isole si abbattesse un uragano perpetuo. Il vento incessante ha impedito lo sviluppo di vegetazione arborea: sulle Kerguelen non esistono infatti, nè alberi né cespugli.
Fin dai primi anni successivi alla scoperta delle isole, un numero crescente di imbarcazioni dirette verso l’Antartide iniziò a farvi scalo per rifornirsi d’acqua dolce dai numerosi torrenti che si diramano dal ghiacciaio. Altre risorse sulle quali i navigatori potevano contare erano la carne dei leoni marini, delle otarie, degli uccelli o all’occorrenza dei pinguini, che vivono tuttora in grandi colonie su tutto l’arcipelago.
Ma il prodotto più prezioso e peculiare dell’arcipelago, al di là delle aspettative dei pionieri, si rivelò proprio il cavolo delle Kerguelen. Tuttora studiato da équipe specializzate di botanici, è una pianta strettamente endemica, particolarmente ricca di vitamina C e i marinai di passaggio, che nell’Ottocento potevano fare affidamento solo su scatolame e carne affumicata, presero l’abitudine di cibarsene per prevenire lo scorbuto.
Il botanico che scoprì le virtù della pianta fu Joseph Dalton Hooker, che sbarcò su Grande Terre con la spedizione del navigatore ed esploratore britannico James Clarc Ross. L’equipaggio della nave inglese fu il primo a godere di un pasto arricchito dal prezioso nutriente.
La sovranità sull’arcipelago fu proclamata ufficialmente dalla Francia nel 1893.
Negli anni successivi, Inghilterra, Germania e Stati Uniti inviarono altre équipe scientifiche per l’osservazione del transito di Venere.
Nel 1877 i francesi costruirono una piccola base operativa per l’estrazione del carbone, ma la miniera e l’insediamento furono utilizzati a singhiozzo e abbandonati pochi anni dopo.
Alle Kerguelen non esistono rettili né anfibi; tra gli insetti, a causa del vento persistente, non è presente alcuna specie alata.
I leoni marini e le otarie, ridotti ad un passo dall’estinzione nel Novecento, si salvarono dallo sterminio completo quando l’era della caccia alle foche volse al termine; le loro colonie oggi sono di nuovo numerose. Anche le popolazioni di cetacei, tra cui la megattera e il rarissimo cefalorinco di Commerson, si sono ristabilite.
La ricchissima avifauna marina comprende albatros, cormorani, codoni, procellarie, gabbiani, sterne e altre specie sub-antartiche, per un totale stimato di 15 milioni di uccelli. Le colonie di pinguini sono grandi e popolose: il numero totale degli esemplari supera probabilmente i quattro milioni.
Il moderno insediamento di Port-aux-Français, fondato nel 1950 sul golfo di Morbihan, è un presidio permanente che ospita scienziati e tecnici. La base è stata costruita in seguito alla riorganizzazione dei territori antartici francesi, e ospita dalle 70 alle 110 persone con turnover annuale. I precedenti centri abitati sono ormai abbandonati, anche se il personale della stazione scientifica si dedica a ispezioni dei punti di approdo una o due volte all’anno.
Agli abitanti della base sono affidate anche mansioni di manutenzione dei rifugi lontani da Port-aux-Français e di un certo numero di tombe sparse. Grazie ai controlli periodici, alcune abitazioni di Port Jeanne d’Arc costruite dai norvegesi ai tempi della colonia sono tuttora agibili.
La base di Port-aux-Français comprende alcuni laboratori (biologia e geofisica), una stazione meteorologica, installazioni per le telecomunicazioni e un piccolo ospedale. Due mareografi e un radar convogliano dati su un server che li trasmette ad intervalli di un’ora attraverso il Web, cui accede tramite il sistema Argos.
Un approdo è presente anche a Port-aux-Français: consente l’attracco alle imbarcazioni che periodicamente fanno scalo alle Kerguelen con i rifornimenti.

L’edificio più incredibile di Port-aux-Français è sicuramente la cappella di Notre-Dame des Vents (Nostra signora dei venti), realizzata negli anni Cinquanta: il luogo di culto francese più a sud del pianeta, A poche decine di metri, a metà strada tra la cappella e il mare, si trova una famosa statua della Madonna col bambino.
Durante l’anno la cappella ospita talvolta un officiante che celebra la messa con rito cattolico. Un piacevole barlume di spiritualità in un luogo così remoto, quasi un altro pianeta, da sempre visto solo come pezzo di terra da sfruttare.
L’arcipelago delle Kerguelen, più vicino all’Antartide che ad ogni altra terra abitata, si trova in quella che era chiamata la fascia dei Quaranta Ruggenti: con questo nome i marinai all’epoca dei velieri e delle esplorazioni geografiche chiamavano la zona di oceano che corre quasi ininterrotta intorno al globo compresa tra le latitudini di quaranta e cinquanta gradi dell’emisfero sud; il nome rende bene l’idea delle condizioni di navigazione delle acque. Oltre i cinquanta gradi sud, oltre cioè l’arcipelago di Kerguelen,  c’è la fascia detta dei Cinquanta Urlanti, ancora peggiore dell’altra.
Pochi esseri umani hanno visto coi loro occhi le Isole della Desolazione, ma chiunque abbia avuto la fortuna di esplorarle, senza eccezioni, descrive il loro paesaggio senza tempo, malinconico, immobile, sospeso.