Dove vige il baratto

E’ in pieno Oceano Atlantico che si trova Tristan da Cunha, l’isola abitata più remota del mondo, tanto che l’unico modo per raggiungerla è quello di imbarcarsi a Città del Capo, affrontando un viaggio di ben 7 giorni.
Un’isola dove gli abitanti vivono senza combattersi tra di loro, senza litigare e senza crimini. La solidarieta’ e’ al massimo e nessuno e’ infelice, chi prova ad andare a vivere nel “mondo esterno” finisce con il tornare sull’isola.
Non e’ una favola ma una realta’, difficilmente pero’ qualcuno, uno “straniero”, vuole andarci a vivere per il clima difficile, per l’assenza dei divertimenti stereotipati della modernita’ e per la difficolta’ dei viaggi.
L’isola si trova infatti a 2.432 chilometri da Città del Capo, a 2.172 chilometri dall’isola di Sant’Elena, il centro abitato più vicino e a 3.451chilometri da Montevideo, capitale dell’Uruguay.

Eppure qualcuno, a Tristan da Cunha ci vuole andare, soprattutto chi sente il bisogno di evadere e fuggire in un posto lontano da tutto e da tutti.
L’isola è tuttavia più da vivere che da vedere. Tra le poche cose da fare, una gita sulla cima del vulcano è una meta obbligata per la vista dello sconfinato oceano tutto intorno. Si può poi visitare anche la fattoria del pesce dove vengono lavorate le aragoste; oppure le coltivazioni di patate, collegate con l’insediamento dall’unico bus.
Per il tempo libero c’è solo un bar, l’Albatross, e un centro pubblico, il Prince Phillip Hall, che occasionalmente serve cibo. Da vedere anche il Tourist Centre dove si possono comprare i suoi famosi francobolli e altri oggetti artigianali.

Tristan da Cunha, tipicamente vulcanica, di forma circolare e con una superficie di 78 km quadrati, ha una storia interessante, iniziata nel 1506 quando la flotta del navigatore portoghese Tristão da Cunha, imbarcatosi agli ordini di Alfonso de Albuquerque, primo Viceré delle Indie Portoghesi, durante il viaggio verso Oriente, venne colpita da una violenta tempesta presso il Capo di Buona Speranza. La nave di Tristao approdò su una piccola isola disabitata, se si eccettuano foche, leoni marini, albatros e pinguini Rockhopper, dallo sguardo tigresco.
Il capitano portoghese ripartì appena terminato il fortunale, tuttavia non mancò di assegnare il suo nome alla terra su cui aveva posato i piedi.
L’isola è considerata uno degli insediamenti umani più remoti al mondo a causa, come detto, della distanza dai continenti e della mancanza di porti e aeroporti. Due degli 8 cognomi presenti nella popolazione locale sono di origine ligure (Lavarello e Repetto, originari di Camogli, nel Levante genovese; gli altri sono inglesi, (Swain e Patterson); statunitensi (Hagan e Rogers); inoltre c’è un cognome scozzese (Glass) e uno olandese (Green).
Nonostante la distanza, vi è quindi un legame, anche piuttosto profondo, tra l’isola più remota al mondo e l’Italia, con Camogli.
Nel lontano 3 ottobre del 1892, il brigantino Italia, capitanato da Rolando Perasso, naufraga davanti all’isola di Tristan. I sedici membri dell’equipaggio soggiornano sull’isola in attesa di una nave amica che li riporti nella civiltà. Il 21 gennaio la nave Wilde Rose imbarca i naufraghi per riportarli a Città del Capo. Tuttavia, i due camogliesi Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, nonostante l’insistenza del capitano, decidono di rimanere sull’isola. I due asseriscono di voler rimanere a Tristan poichè durante il naufragio avrebbero fatto un voto alla Madonna del Boschetto, patrona di Camogli, che se si fossero salvati dall’incendio sull’imbarcazione Italia avrebbero vissuto il resto della loro vita in esilio sull’isola di Tristan, lontano dalla mondanità della vita civile. Ma la verità è un’altra: i due marinari si erano innamorati di due isolane. Da questi amori erano nati dei figli, che hanno poi contribuito ad aumentare la demografia dell’isola e ancora oggi vi sono a Tristan Da Cunha i discendenti di questi due forestieri italiani, che portano, come detto, il medesimo cognome.
Tristan, è la maggiore di quattro isole che ne formano l’arcipelago, (le altre tre sono Inaccessible, Nightingale e Gough), per la sua peculiare posizione geografica, ha sollecitato la curiosità di svariati cartografi, esploratori e avventurieri che, in epoche più o meno recenti, hanno scritto dei resoconti sulla storia e le particolarità del luogo.
L’opera più esaustiva è stata scritta da un italiano, Arnaldo Faustini, che non resistette alla tentazione di riportare fatti più vicini alla leggenda che alla realtà, parlando di un certo Patten, sbarcato sull’isola nell’800, un personaggio tratto dalle Avventure di Arthur Gordon Pym, di E. A. Poe per cui è molto probabile che non sia mai esistito
Ma a parte queste sporadiche concessioni all’estro della letteratura, il lavoro di Faustini è stato estremamente accurato e scrupoloso ed è grazie a lui che ora sappiamo ciò che sappiamo sulla storia di Tristan da Cunha, un’isola battuta da venti feroci, spesso avvolta dalla nebbia, tanto che le poche navi che la raggiungono, quasi solo pescherecci sudafricani, attraccano alla fonda a volte per giorni, prima che una barca possa fare la spola dall’isola per scaricare posta, beni di prima necessità e rarissimi passeggeri.
A Tristan da Cunha comunque, qualcuno, in effetti, vive.
Come detto, Glass lo scozzese, Green l’olandese, i liguri Lavarello e Repetto, gli inglesi Swain e Patterson e gli americani Hagan e Rogers fondarono nel lontano 1827 una piccola comunità di 280 persone.
Gli abitanti lavoravano duramente: coltivavano a mano patate, pescavano e allevavano montoni. La loro peculiarità, però, stava nella loro volontà di vivere a Tristan da Cunha e non altrove. Nessuno, infatti, era condannato a restare sull’isola: per difendere questa loro scelta lottarono con fermezza.
Sull’isola piove 20 giorni al mese, non è mai possibile nuotare, (è circondata da forti correnti e da oceano gelido). Non è possibile costruirvi un aeroporto o porto, (l’imbarcazione che vi giunge dal Sud Africa, e che è l’unico collegamento fra l’isola e il resto del mondo, si ferma al largo ed i passeggeri vengono trasportati a terra da gommoni o piccole barche).

Gli abitanti vivono sotto il vulcano attivo: in tutta l’isola vi è soltanto un bar aperto poche ore al giorno, non vi sono ristoranti, né alcuna attività commerciale (tranne un piccolo supermercato, spesso chiuso). Il telefono non funziona. Ovviamente i pochi abitanti, tutti concentrati nell’unico villaggio, non lo usano per comunicare fra loro, ma è anche difficile connettersi per telefono alla terraferma. Niente TV: è spesso impossibile prendere i canali dei Paesi più vicini, ovvero il Sud Africa e l’Argentina. Niente Internet a casa, ma solo un Internet Café, dove la linea è lentissima e spesso assente.
E’ un’isola senza banche e carte di credito, dove al posto di Polizia non è mai stato riportato alcun reato, l’isola dove chi ci vive lascia sempre le porte aperte, l’isola dove non vogliono mostrarsi agli altri (su Facebook), ma dove con gli altri vogliono comunicare.

Nonostante questo, dopo che nel 1961 un’eruzione devastò Tristan da Cunha e l’amministrazione dei territori britannici d’oltremare, di cui l’isola fa parte, decise di far evacuare tutta la popolazione e gli abitanti vennero portati in Inghilterra e le autorità cercarono di offrire loro una vita nuova, questi, dopo due anni, passato il pericolo del vulcano, si concertarono e obbligarono le autorità britanniche a riportarli a Tristan de Cunha.
Perché?: “A Londra – spiega uno degli abitanti – la gente mi passava vicino senza neppure salutarmi. Qui nessuno ti passa vicino senza parlare con te”.
Risponde qualcun altro: “In Inghilterra tutto è denaro. Vuoi il latte, devi pagare. Vuoi che ti aggiustino qualcosa in casa, devi pagare. Vuoi la carne devi pagare. Da noi non era così: io ho il latte, tu la carne, ce li scambiamo. Io ho in casa un frigorifero rotto, ma io non sono capace di aggiustarlo e tu si. Quindi me lo aggiusti. Ma non per denaro. Perché tu sei capace”.
Gli abitanti si dedicano prevalentemente al commercio di gamberi e aragoste, oltre che alla vendita di francobolli e monete a sporadici collezionisti. La vita nell’unico centro dell’isola, Edimburgo dei Sette Mari, (dalla visita del Principe Alfred di Scozia, nel 1867), segue ritmi precisi.
Nel 1922 venne montata nell’isola una stazione radio, che tuttavia non funzionò mai perché gli isolani credevano attirasse i fulmini. Il 12 gennaio 1938, con un decreto in forma di Letters Patent, l’arcipelago fu dichiarato di pertinenza del territorio di Sant’Elena.
Durante la Seconda guerra mondiale l’arcipelago fu usato come stazione della Royal Navy col nome di HMS Atlantic Isle per controllare i movimenti delle navi tedesche nel sud Atlantico.
Il primo amministratore del governo britannico si insediò sull’isola in quel periodo. Sempre in quel periodo venne introdotto sull’isola il denaro per pagare gli isolani che lavoravano alla stazione radio e meteorologica dell’isola, anche se tuttavia il baratto rimase e rimane il principale metodo di pagamento sull’isola.
Nel 1942 venne costruito il primo ospedale da campo sull’isola (prima i tristaniani si affidavano alle cure familiari e nei casi più gravi imbarcavano i malati sulle navi di passaggio).
Nel secondo dopoguerra l’economia crebbe grazie alla pesca delle aragoste e alla vendita dei famosi francobolli di Tristan da Cuhna. Un secondo Duca di Edimburgo, il Principe Filippo, marito della regina Elisabetta II, visitò l’isola nel 1957 durante il suo giro del mondo a bordo dello yacht reale Britannia.
Nel 1971 venne costruito il primo ospedale permanente sull’isola, che venne chiamato “Camogli Hospital” in onore ai due marinai camogliesi. La struttura ha ora a disposizione un’ambulanza, defibrillatore, ECG, sala operatoria, reparto radiologia. Il personale è composto da un medico e cinque infermiere. Nel 2005 l’isola ricevette il codice postale Britannico TDCU 1ZZ per consentire alla popolazione di ordinare i beni online con maggiore facilità.