Bouvet, l’isola dei misteri

Tutto ebbe inizio nell’aprile del 1964 quando il tenente Allan Crawford venne inviato a Bouvet Island, una delle isole più remote del pianeta,la cui terra più vicina è la Terra della regina Maud nell’Antartico, a 1.700 km a sud, mentre l’isola Gough (Regno Unito), si trova a 1.600 km a nord. Due invece le località abitate più vicine: Cape Agulhas, in Sudafrica a 2.200 km a nordest e l’isola di Tristan Da Cunha, che abbiamo “visitato” nei giorni scorsi, ad oltre 2000 chilometri di distanza.
Il tenente viaggiava a bordo della rompighiaccio HMS Protector della Royal Navy per studiare una zona di ghiaccio emerso generata da una eruzione del vulcano dell’isola avvenuta circa 10 anni prima ed era stato incaricato di sorvolare il territorio, di scattare fotografie per studiarne la morfologia e di controllarne le mappe, sino a quando non scorse un lago, a nord dell’isola, lago che sulle mappe dell’epoca non era segnalato. Non solo, sul lago, ghiacciato, era incastrata una grossa scialuppa di salvataggio: l’imbarcazione non presentava bandiere e quindi gli era stato impossibile stabilirne la nazionalità.
Inoltre non aveva motori, ma poco lontano, sulla riva, vi erano alcuni remi e un bidone di rame senza alcuna iscrizione: a bordo della barca, in buono stato di conservazione, anche se ghiacciata, o nei pressi, nessun corpo, nessun cadavere.
Crawford scatta quante più fotografie gli è possibile quindi ritorna sul rompighiaccio.
Due anni più tardi un’altra spedizione viene inviata sull’isola e di nuovo viene compiuto un rilevamento intorno al lago, ma questa volta, della scialuppa non c’è alcuna traccia: sparita.
Ma cosa è accaduto? Due le ipotesi. Qualcuno in quei due anni è tornato sull’isola e si è portato via la barca, oppure questa, per cause ignote, è affondata.
Non bisogna dimenticare poi che il lago, al momento della scoperta di Crawford si era formato da una decina di anni appena e nessun ente, pubblico o privato che fosse, ne aveva mai rivendicato la proprietà.
E allora chi aveva portato fin li la barca e chi l’aveva fatta sparire?
Ricordo ai nostri lettori che l’isola di Bouvet è diventata nota a molti dopo il 2004, quando venne scelta come ambientazione del film “Alien vs. Predator”, un film che racconta la storia di una guerra tra alieni e predator che vivevano, nella storia, in una piramide a 600 metri di profondità, nel cuore dell’isola di Bouvet.
Che centrino loro?
Ad aggiungersi a questo mistero, eccone un secondo.
Il 22 settembre 1979, un test nucleare venne condotto tra l’isola Bouvet e le isole del Principe Edoardo. Il test venne rilevato da satelliti artificiali che individuarono un breve, ma intenso lampo di luce; venne individuato anche del pulviscolo radioattivo da parte degli scienziati presenti nel Territorio antartico australiano.
Una delle ipotesi avanzata in un primo tempo, era stata quella di un micro-meteorite che poteva aver colpito la strumentazione del satellite americano, ma questa venne scartata da un’ analisi della Defense Intelligence Agency, secondo la quale, alcune analisi, come quella del commodoro Dieter Gerhardt, si sarebbe trattato invece di un esperimento nucleare Sud Africano chiamato “Operazione Phoenix”.
Nessuna nazione ha tuttavia mai ammesso la responsabilità del test, anche se, come detto, è largamente diffusa l’opinione che questo sia stato compiuto dal Sudafrica o da Israele o da entrambi i Paesi insieme, in un progetto congiunto.
L’episodio è noto come incidente “Vela Incident”.
Ora torniamo all’isola, alle cose certe.
Anche se non è abitata dall’uomo, l’isola di Bouvet è popolata da numerose specie di animali come gabbiani, foche, leoni marini e pinguini oltre a diverse specie vegetali tra le quali muschi e licheni.
Bouvet, (in norvegese Bouvetøya), è un’isola vulcanica sub-antartica, nel sud dell’oceano Atlantico, a sud-sudovest del capo di Buona Speranza (Sudafrica). L’isola è una dipendenza territoriale norvegese dal 27 febbraio 1930, legittimamente riconosciuta in quanto non rientra all’interno della zona delimitata dal Trattato Antartico. È amministrata dal Ministero della Giustizia norvegese.
Si trova ad una latitudine di 54°26′ S e ad una longitudine di 3°24′ E. : occupa una superficie di 58,5 km², ed è quasi interamente coperta da ghiacci.
Non ha porti né approdi, solo ancoraggi al largo, ed è difficile da approcciare. I ghiacciai formano uno spesso strato che si getta con alte pareti nel mare o sulle spiagge nere di sabbia vulcanica. Inoltre, i 29,6 km di costa sono spesso circondati dal pack.
Il punto più alto dell’isola è chiamato “Olavtoppen” e si trova a 780 metri sul livello del mare.
Al centro dell’isola si trova il cratere del vulcano Wilhelm, da tempo inattivo, anche se si ritiene che al di sotto della caldera vi sia un lago di lava fusa.
Presso l’isola vi è una tripla giunzione di placche tettoniche, (Placca Africana, Placca Somala e Placca Antartica).
L’isola Bouvet venne scoperta il 1º gennaio 1739 da Jean Baptiste Charles Bouvet de Lozier, che comandava le navi francesi Aigle e Marie. La posizione dell’isola non venne determinata con precisione e Bouvet non circumnavigò la sua scoperta, così rimase incerto se si trattasse di un’isola o di parte di un continente. Egli battezzò il promontorio avvistato “Cape de la Circoncision” e riferì che si trattava del primo lembo di terra del continente meridionale (Antartide).
Essendo però quasi sempre coperta dai ghiacci e spesso celata da dense cortine di nebbia, l’isola non fu più avvistata da altre navi, o addirittura scambiata per l’enorme lastrone di un iceberg; da lì a poco fu catalogata, tanto per restare in tema di misteri, come isola fantasma.
L’isola non venne riavvistata fino al 1808, quando venne individuata da un tale Lindsay, il capitano di una baleniera: anche se non vi sbarcò, fu il primo a determinare correttamente la sua posizione.
Il primo sbarco avvenne invece 14 anni più tardi, nel 1822, quando il Capitano Morrell scese a terra per andare a caccia di foche.
Nel 1825, un altro marinaio, il capitano Norris sbarcò sull’isola, battezzandola Liverpool Island e reclamandola per la Corona Britannica.
La prima permanenza prolungata sull’isola si ebbe nel 1927, quando un equipaggio norvegese vi rimase per circa un mese e questa fu la base per la rivendicazione territoriale da parte della Norvegia che la chiamò isola Bouvetøya (isola Bouvet in norvegese).
Il Regno Unito cedette le sue pretese in favore della Norvegia l’anno successivo e l’annessione alla Norvegia avvenne il 23 gennaio 1928. Due anni dopo il 27 febbraio 1930 divenne una dipendenza territoriale norvegese.
Nel 1971, il 17 dicembre, l’isola Bouvet e le acque territoriali adiacenti diventarono riserva naturale per decisione del governo norvegese: l’isola rimane disabitata, anche se una stazione meteorologica automatica vi venne installata nel 1977 dai norvegesi, stazione abbandonata qualche anno più tardi. Da qualche tempo tuttavia, un centro di ricerca, completamente rinnovato, vi è stato nuovamente installato.

Silvio Zavatti

L’Italia, ufficialmente, non è mai stata presente nell’Antartide (lo è, infatti, solo dal 1985), ma nel 1880, anno in cui il tenente di vascello Giacomo Bove tentò di organizzare una spedizione nell’Antartide, gli italiani sono stati saltuariamente presenti.
Nel 1959 l’Istituto Geografico Polare, con un contributo del governo italiano, aveva organizzato nel’isola Bouvet, una spedizione scientifica divisa in due fasi: la prima aveva lo scopo di indagare se l’impianto di una base scientifica permanente fosse possibile e la seconda – da realizzare in un secondo tempo – doveva procedere alla costruzione della base e al primo ciclo delle ricerche. Della prima fase, felicemente portata a termine, facevano parte Silvio Zavatti e Giorgio Costanzo.
Malgrado difficoltà di ogni genere, fu possibile effettuare due sbarchi: uno nell’isola Lars, a poche centinaia di metri dall’isola Bouvet, e un altro immediatamente a sud di Capo Norvegia dove fu scoperta una piccola baia (cui venne dato un nome italiano), che poteva permettere, pur con qualche difficoltà, lo sbarco del materiale occorrente alla costruzione di una base scientifica.
Purtroppo non fu possibile realizzare la seconda fase del progetto perché non si poterono raccogliere i mezzi finanziari necessari.